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Le donne della corte del periodo Heian (794-1185) usavano compilare diari su cui annotavano in modo più o meno dettagliato i fatti, le abitudini, gli struggimenti e le gioie delle loro giornate. Si sviluppa così il genere letterario dei nikki, una produzione tutta al femminile. Insieme ai nikki, le donne diventano padrone di altri generi letterari: diari, romanzi (monogatari) e racconti di viaggio. Tra le ragioni principali di questa diffusione c’è sicuramente la discreta autonomia di cui godevano le donne, ma soprattutto la capacità da parte di queste di utilizzare la grafia fonetica denominata kana. Attraverso la semplificazione dei caratteri cinesi, era nata infatti, un tipo di scrittura che permetteva di trascrivere la lingua parlata in Giappone. Il mondo maschile era storicamente padrone dei caratteri cinesi e quando si iniziò a scrivere in giapponese, le donne si trovarono in notevole vantaggio.
In molti di questi diari vengono descritte le amicizie nate a corte, come in quello di Murasaki Shikibu, datato 1007-1010, in cui si parla spesso dell’ammirazione da parte dell’autrice per dama Koshosho o per l’imperatrice Sosho. Grazie ai suoi scritti abbiamo una vivace quadro della vita dell’aristocrazia. Tra i diari più importanti figura il Tosa Nikki di Tsurayuki (935): in questo caso però l’autore è in realtà un uomo che si finge donna. Lo scritto racconta il viaggio di ritorno alla capitale: la scelta dell’autore di mascherare il sesso di appartenenza è particolarmente significativa perchè sancisce appunto lo stretto legame tra le donne e la letteratura. Tsurayuki avendo perso un figlio, utilizza questo espediente narrativo per meglio dare spazio ai sentimenti ed al dolore che, evidentemente, attraverso il ruolo maschile non avrebbe potuto esprimere al meglio. Le autrici prendono le distanze dalle aride cronache ufficiali redatte in cinese e si gettano in una scrittura introspettiva, in cui vengono sviluppati processi di autonalisi che fanno luce sulla loro condizione sociale e sui loro sentimenti. Il Kagero Nikki, (974 circa), ad esempio è frutto dei dolori di una concubina. Durante l’epoca Heian era abitudine che gli uomini di un certo rango legassero a sé più donne oltre alla moglie principale: l’autrice dei questo diario è appunto una moglie secondaria del marito di Murasaki Shikibu, che soffre notevolmente di questa condizione e che stenta ad accettare un sistema ormai consolidato come quello della poligamia. In queste pagine viene descritto il dolore di una rapporto che fallisce lentamente e la delusione di non aver dato alla luce un numero adeguato di figli che avrebbe conferito all’autrice una posizione di maggior prestigio rispetto alle altre mogli. La protagonista/scrittrice è particolarmente amara nel suo scritto e definisce i monogatari diffusi all’epoca pagine piene di falsità.
I diari del periodo Heian non sono legati a date precise o a giorni in particolare: si tratta in realtà di scritti in cui le autrici partono dalla grande matassa dei loro ricordi e cercano di dipanarne i fili attraverso i quali descrivono la realtà che le circonda. Anche il Sarashina Nikki (1060 circa) è frutto delle delusioni di una donna. Il nome dell’autrice del diario è sconosciuto, come scrive Carolina Negri: «Anche a questa dama di corte, così come all’autrice del Kagero Nikki, è negato il diritto di avere un nome proprio in una società patriarcale dove la donna “esisteva” solo grazie ai parenti maschi più prossimi di cui era moglie, madre, sorella e figlia e dalla cui carriera dipendeva inevitabilmente anche la sua posizione sociale»[1] . Il diario è una sorta di autobiografia in cui vengono descritti alcuni avvenimenti in particolare il viaggio dalla provincia di Kazusa verso la capitale e la ricerca continua dei monogatari (in particolare del Genji), di cui l’autrice è un’appassionata lettrice. Anche in questo testo si parla ampiamente delle delusioni e dei sogni disattesi di una donna che vive in solitudine. Molti nikki erano spesso corredati da poesie.
[1] Negri, C., 2005, Introduzione a Le memorie della Dama di Sarashina, Venezia, Marsilio Editori, pagg. 22-23 |